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    October 31

    Autumn in New York fifteen

     

    Sveglia tardi più che mai. E anche la metro ha un ritardo allucinante. Perdiamo le speranze, non saremo mai in tempo alla Steps per l’inizio della lezione. Ma King per fortuna non c’è al nostro arrivo. Oggi conosciamo Nina, un’amica di Cristina. Anche lei fa danza da anni e sembra davvero simpatica. Biddi prova a chiamare tre volte ma non risponde nessuno. Arriva la triste notizia che bisogna rimboccarsi le maniche e non chiedere aiuto a nessuno. Al Jazz on Lenox non ci sono più posti e abbiamo scoperte le notti che ci restano. Panico. Nel pomeriggio vediamo il Dakota Building sulla 72th strada vicino Central Park West dove l’8 dicembre 1980 John Lennon veniva assassinato e dove ancora oggi vive Yoko Ono. Una sensazione indescrivibile coronata nello Strawberry Fields dove c’è il monumento in suo onore e al centro la scritta Imagine. Subito dopo cambiamo scenari ma le emozioni restano comunque grandi. Visitiamo la Juilliard, la più importante scuola di danza esistente anche se ci negano l’accesso alle aule. Proseguiamo col Flatiron Building e l’American Ballet dove compriamo qualche gadgets. Anche qui non ci è concesso entrare se non prenotando un appuntamento. Andiamo via e ci intrufoliamo sulla 66th Street dove solo un malato come me può stoppare davanti a una casa semi anonima e fotografare il portone laccato nero col sorriso stampato negli occhi. Lì dove abitava Andy Warhol dal ’74 all’87. Precisamente fino al 22 febbraio 1987. Cioè il giorno in cui morì, e con lui morì la Factory. 20 anni fa. Immagino l’interno di questa casa bellissima, oggi abitata da una coppia di avvocati (immagino) facoltosi e famosi che con grande eleganza hanno applicato proprio di fianco all’entrata una targhetta ovale rosso mattone: "In questa casa ha vissuto Andy Warhol… dal 1974 al…". La leggo e la rileggo. Dentro, quella mattina del 22 febbraio di 20 anni fa, c’erano accatastate le sue opere. C’erano Campbell’s Soups negli armadietti della cucina, un sacco di crocefissi, parrucche di ogni bizzarra forma, scarpe consunte e sudicie di acrilici. Su quel palo, davanti casa, Warhol legava la sua bici. O taxi, o bicicletta, per muoversi. Oppure a piedi. Con sacchetti in mano pieni di qualsiasi cosa. Purchè inutile. Ma utile alla sua arte. Perchè tutto è arte. Biddi è allibito. Prendiamo un taxi ed è subito ora di cena. Da Sbarro logicamente. Jennifer ci aiuta nella nostra ricerca e riesce a trovare l’indirizzo di un ostello. A casa finiamo le valigie e partono subito i nodi alla gola. Finiamo le cartoline a andiamo a dormire.

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